Cosa trasforma una semplice mansione in una carriera di successo? Per la nostra Francesca Piave, la risposta sta nella dedizione, nella curiosità e nella capacità di vedere oltre le apparenze. Iniziata a soli 17 anni nell’housekeeping, spinta dall’esempio di una suocera appassionata, ha scoperto fin da subito che quel reparto – spesso considerato solo “operativo” – era in realtà una scuola di leadership, precisione e gestione.
Da cameriera ai piani a Operation Manager, il suo percorso è una testimonianza di come l’umiltà, la resilienza e la voglia di imparare possano aprire porte inaspettate.
Ci racconti come sei arrivata a lavorare nel settore dell’housekeeping e cosa ti ha spinto a sceglierlo come percorso professionale?
Ho iniziato questo affascinante percorso a 17 anni, spinta dall’esempio concreto e appassionato di mia suocera, che lavorava da tempo nell’housekeeping. Osservandola, ho capito quanto valore e competenza si celino dietro un reparto spesso sottovalutato, ma in realtà strategico per il successo di ogni struttura alberghiera. Fin da subito ho avuto una visione chiara: volevo crescere professionalmente, scoprire realtà diverse e costruire un futuro che mi permettesse di lavorare con metodo, passione e spirito organizzativo. Oggi, con anni di esperienza alle spalle, vedo nell’housekeeping non solo un lavoro operativo, ma un reparto gestionale che richiede leadership, capacità di pianificazione e un occhio attento ai dettagli. È un percorso che forma carattere, disciplina e mentalità manageriale: valori che porto con me ogni giorno.
Quali sono stati i momenti chiave che hanno segnato la tua crescita da cameriera ai piani a Operation Manager? C’è un episodio che ricordi con particolare emozione?
Uno dei momenti chiave che ha davvero segnato il mio percorso professionale è stato quando lavoravo all’Hotel Church Palace come cameriera ai piani e sostituzione governante. Lì, il mio collega Francesco Papino mi ha fatto credere nelle mie potenzialità, investendo su di me con formazione, fiducia e responsabilità crescenti. Grazie alla mia curiosità, alla voglia di imparare e alla determinazione, ho trasformato ogni occasione in un’opportunità concreta di crescita. Negli anni, abbiamo costruito un percorso solido e condiviso. Se oggi sono Operation Manager, lo devo anche a quel momento e a quella fiducia iniziale che ha acceso tutto.
Hai parlato spesso di “gavetta”: quali sono stati gli insegnamenti più preziosi che hai portato con te da quella fase iniziale?
La gavetta è stata la mia palestra. Ho imparato che ogni mansione, per quanto piccola, contribuisce al successo di un hotel. Lavorare in diversi reparti – dalla reception al room service – mi ha insegnato a vedere l’intera operazione da più prospettive. Soprattutto, ho capito che la vera professionalità sta nel fare ogni cosa con attenzione, anche quelle che sembrano marginali. Quando sei ai piani, impari che la cura del dettaglio fa la differenza per un ospite, e questa mentalità l’ho portata con me anche nei ruoli successivi.
C’è stato un momento in cui hai capito che questo lavoro era davvero parte di te? Come hai maturato questa consapevolezza nel tempo?
Me ne sono resa conto quando ho visto che affrontavo le sfide quotidiane non come ostacoli, ma come opportunità. Mi piaceva tutto: la frenesia delle partenze, la precisione dei check-in, la gestione degli imprevisti. Scoprire di avere una predisposizione naturale per il problem solving è stato illuminante. Risolvevo situazioni complesse quasi senza accorgermene, con un misto di logica e istinto. E soprattutto, lo facevo con entusiasmo. Quando il lavoro smette di essere fatica e diventa passione, capisci che è il tuo percorso.
Quali sono le sfide più grandi che hai dovuto affrontare nel passaggio da ruoli operativi a ruoli di responsabilità e gestione del team?
La sfida più grande è stata passare dal “fare” al “far fare”. Da operativa, ero abituata a risolvere io le cose; da manager, dovevo insegnare agli altri a farlo. Ho capito che un leader non è chi comanda, ma chi sa ascoltare, adattarsi e talvolta rimboccarsi le maniche insieme al team. L’equilibrio sta nel guidare senza imporsi, nel correggere senza demotivare. E soprattutto, nel creare un gruppo coeso, dove ognuno si senta parte di qualcosa di più grande.
In che modo hai affrontato i momenti di difficoltà o “momenti no” durante il tuo percorso, e cosa ti ha aiutato a superarli?
Nelle crisi, ho sempre cercato di mantenere lucidità. Piangersi addosso non serve a nulla: bisogna analizzare, agire e trovare una soluzione. La tenacia è fondamentale, ma altrettanto lo è l’umiltà di riconoscere quando hai bisogno del tuo team. Ho avuto la fortuna di lavorare con persone che credevano nel mio modo di guidare, e questo mi ha dato la forza di andare avanti anche quando tutto sembrava crollare.
Secondo te, quali sono le competenze e le qualità personali più importanti per avere successo nel mondo dell’housekeeping oggi?
L’housekeeping è il cuore pulsante di un hotel, eppure spesso è sottovalutato. Per eccellere, servono competenza, adattabilità e una pazienza infinita. Bisogna essere dinamici, pronti a risolvere problemi in pochi minuti e a gestire situazioni imprevedibili. Ma soprattutto, serve passione: senza quella, il lavoro perde di significato. Chi fa housekeeping deve amare l’ordine, la precisione e, soprattutto, deve capire che una camera perfetta è il primo passo per un ospite felice.
Quali cambiamenti hai visto nel settore dell’housekeeping da quando hai iniziato, sia a livello operativo che di mentalità? Hai contribuito tu stessa a introdurre qualche innovazione?
Quando ho iniziato, si lavorava molto “a sensazione”; oggi tutto è più strutturato, con protocolli e tecnologie che ottimizzano tempi e qualità. Abbiamo introdotto nuovi standard di pulizia, metodi per ridurre gli sprechi e strumenti che migliorano l’efficienza. Ma il cambiamento più grande è stato culturale: oggi l’housekeeping non è più visto solo come un reparto “tecnico”, ma come un elemento strategico per la soddisfazione del cliente e la reputazione dell’hotel.
Guardando al futuro, che consiglio daresti a chi oggi inizia come cameriera ai piani e sogna di crescere professionalmente come hai fatto tu?
Siate pazienti e curiosi. La gavetta è dura, ma è l’unico modo per costruire solide fondamenta. Ascoltate chi ha più esperienza, ma non smettete mai di innovare. Nei momenti bui, ricordatevi perché avete scelto questo lavoro. E soprattutto, non perdete mai di vista i dettagli: sono quelli che fanno la differenza tra un buon professionista e un grande professionista.